venerdì 26 gennaio 2018

Pills

Non a te, Cole Brandon Morgan. 

Le parole finali di Nevermore gli lasciano una sensazione di strana familiarità, così come l'uso del suo secondo nome, quasi dimenticato dal ragazzo.
Quando si trova nella sua camera può finalmente tirare un sospiro sollievo, togliendosi la maglietta e buttandosi a letto. Non può resistere questa volta, e neanche vuole: la pillola va giù fino al suo stomaco e Cole lascia al tranquillante il tempo di fare effetto.

Quella sensazione di calma artificiale arriva dopo un pò, lasciandogli lo stessa sensazione strana di ogni volta. Senza Danny che condivide con lui gli spazi Cole può stendersi a letto senza muoversi, senza cercare di doversi giustificare in qualche modo.

Le immagini dei giorni precedenti gli tornano alla mente, non richieste:

L'uomo con il cranio fracassato che si rialza, tranquillo, come se niente fosse.

La sensazione di freddo vuoto a leggere la sua mente, la Morte che continua a fare capolino nelle sue sensazioni come anni fa.

Gli uomini che sparano alla Soldiers da quella jeep fracassata, lo sparo dalla pistola di Iphigenia, la discussione mal nascosta sull'attaccare o meno.

Sospira piano e continua a starsene fermo e immobile, lasciando che quel paradiso artificiale faccia sempre più effetto.

"Sogni...contro Incubi."

Lo ripete più volte, come fosse un mantra. Lo è diventato, da quella riunione.
Quella sera, però, è un altro fallimento.
Lo sa e lo accetta. Ogni volta che prende quelle pillole è come ricevere un'altra sfuriata di Maximillian, un altro sguardo deluso da parte di Brendan.

Ma la vita è fatta di piccoli fallimenti.
Domani è un altro giorno e cercherà di fare meglio. Ancora una volta.
La seconda pillola la prende quasi con un tentativo di ottimismo, abbandonandosi definitivamente ad essa.





giovedì 11 gennaio 2018

Day 0.

"La minestra è buona."
"......ne sono contento."


"........"
".....Danny?"


"Sì?"

"....ti ricordi quanto ti ho detto che non avremmo mai parlato del passato?"
"....sì. Ho sbagliato qualcosa?"


"No. Ma mi rimangio quelle parole."

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Erano i tempi della guerra contro Magnus. Spesso non si capiva più nulla: tra civili presi dal panico e alieni che cercavano di distruggere il loro pianeta, neanche chi combatteva per salvarlo riusciva a capire bene dove doveva stare e contro cosa doveva combattere.

"Cole, hanno fatto ritirare tua madre in quel mercato sotterraneo, insieme alle persone di quel quartiere. Assicurati che stia bene. Subito."

Suo padre non gli aveva mai scritto nè parlato. Mai, da quando l'aveva cacciato di casa. Non gli aveva mandato un sms quando gli universi paralleli stavano per collidere, non l'aveva fatto quando la YGS si era schierata con la Force per combattere Magnus e non l'aveva fatto neanche quando era stato posseduto da un fantasma. Non che lui l'avesse mai saputo, ovviamente.

Per questo aveva obbedito istantaneamente. Se suo padre gli aveva scritto era seriamente preoccupato per sua madre. Anche in quell'occasione, sarebbe morto prima di contattarlo. 

Passava di fronte a una clinica mentre cercava di evitare civili presi dal panico ed aiutare quelli che poteva. Non aveva sicuramente molto tempo: sarebbe stata questione di minuti prima che il bracciale al polso cominciasse a indicare una chiamata da parte della YGS. Malgrado questo, però, si fermò quando notò un ragazzino seduto con le braccia sulle ginocchia, la schiena appoggiata al muro. Le lacrime erano evidenti ma nessuno lo stava aiutando.

"....Ehi."
"....."
"....Ehi. Ti sei perso? Hai bisogno d'aiuto? Dove sono i tuoi genitori?"
"....non lo so. Non erano più a casa."

"...hanno portato le persone di questo quartiere da un'altra parte. Sono sicuro che i tuoi genitori sono lì. Seguimi!"

Cole prese il braccio del ragazzino in fretta e furia, costringendolo quasi a seguirlo. Continuava anche a parlare a perdifiato, cercando di velocizzare il suo passo.

"Come ti chiami? Quanti anni hai?"
"Danny. Ne faccio undici tra poco."

"Perfetto Danny, io sono Cole. Sono sicuro che i tuoi genitori ti stanno cercando, ok? Ora li troviamo."
"...."

Le lacrime del ragazzino non si erano arrestate ma stava per fortuna seguendo il ragazzo. Cole riuscì solo a fare qualche metro verso l'entrata del quartiere sotterraneo, andando verso il mercato, pensando al tempo che stava perdendo a fare quanto richiesto dal padre. Se qualcuno della YGS si fosse fatto male perchè aveva fatto quella deviazione, non se lo sarebbe mai perdonato.

Il botto lo sentì forte, prima di essere scaraventato indietro.
Strinse più forte il braccio altrui, prima di perdere del tutto il contatto con il bambino.

Giorni dopo, quando il governo pubblicò l'elenco dei 46 morti per via della perdita di controllo del mutante bipolare, tutto quello che riuscì a pensare era che il cognome di sua madre, O' Connell, suonava meno stonato di " Agatha Morgan" davanti al nome di sua madre. 

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Cole gli raccontò tutto.
Della YGS, dei poteri, dei fantasmi, degli universi, di Magnus. Di sua madre e di suo padre. Anche di cose che un ragazzino di tredici anni non dovrebbe sapere.

"...e adesso?"

Non riuscì a confessare a Danny che si poneva la stessa domanda.

E adesso?


domenica 24 dicembre 2017

Who are you?


 24 Dicembre - 21:00
"Durante la colluttazione, l'attivista politica ed ex conduttrice radiofonica Mirabe Sherman è stata vista prendere le difese dei metaumani aggressori, impiegando le sue ali per ostacolare l'azione della SCF, ed infine arrestata per intralcio alla giustizia."


"La conosci?"

"......."

"Perchè non mi parli mai di quello che facevi prima?"

"Perchè è passato."

"E noi non parliamo del passato. Il passato fa male."

"Bravo."

"Hai parlato con i tuoi amici, oggi?"

"......Forse ci aiuteranno a trovare una casa."

"......mi dispiace per ieri."

"....."

"...non volevo dire quelle cose. Non brucerò più il letto. Giuro."

"....non è colpa tua, Danny."

"Ma hai preso tante di quelle cose arancioni, dopo."

"Anche questo non è colpa tua, Danny."

"Lo dici sempre ma poi alla fine è sempre colpa mia."

"Ripeto, non è colpa tua."

"......"

".....tu e quel superumano non siete la stessa persona. Non ucciderai nessuno."

"...non l'ho detto."

"L'hai pensato."

"..."

24 Dicembre ore 22:56

"...posso chiederti una cosa?"

"Dimmi."

"I tuoi genitori sono morti come i miei?"

"......"

"Neanche l'anno scorso è venuto qualcuno a festeggiare con noi, a Natale."

"...non apri il tuo regalo, Danny?"

"....Oh. E' una macchina radiocomandata. Grazie."

"Buon natale, Danny."

"Buon natale."

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"....Cole?"

"......"

"...A volte spero di svegliarmi in un posto diverso. Che mamma e papà non siano morti e che tutto vada bene."

"....anche io Danny. Anche io."











mercoledì 26 aprile 2017

Codardo.

Cole arriva all'interno della propria camera appena in tempo per evitare le persone che stanno per scendere. E' bagnato dalla cima ai piedi, un dolore pulsante che gli pervade il petto. I vestiti sono fradici e non ha neanche la forza di toglierli in questo momento, mentre sente dietro di sè i passi dei professori e degli studenti andare avanti per il corridoio.

"Codardo."
"
«N-no... Ti prego... Ti.. Ti prego...» 
"«COLE! NO!» 

Si mette le mani sopra le orecchie, cercando disperatamente di non ricordare, di non evocare nessun suono, di non pensare a niente. A nulla. Il silenzio, che ha tanto desiderato. Ma le parole continuano ad arrivare e i ricordi scorrono dentro la sua testa, uno dietro l'altro. Luke. La cameriera. Il fucile a pallettoni. 
Le sue mani intorno alla sua gola.

"Cosa si prova a essere un eterno codardo, Cole Morgan?" 

Le sue mani intorno alla sua gola.

Si tappa ancora più forte le orecchie, cercando disperatamente di non ripensare al posto dal quale è appena fuggito. Alle parole di Abe dentro la sua testa che continuano a riemergere dai suoi ricordi. All'urlo di Luke e alle parole terrorizzate della ragazza sotto le sue mani, mentre prega semplicemente per la sua vita.
<Smettila...Smettila...> Ripete stile mantra, avvicinandosi alla scrivania, le mani ancora pressate sulle orecchie.

"Codardo. Ad affidarti sempre a chi è più forte di te. A lasciare che siano gli altri a sudare. Sempre in seconda fila, mai a rischiare per primo. "

<Non è vero. Non è...vero.> Non sa neanche lui a cosa sta rispondendo, visto che il fantasma è insolitamente silenzioso in questo momento, dentro il suo corpo e dentro la sua mente. E' l'eco delle sue parole che sta combattendo, in questo momento.

"Cosa si prova a essere un eterno codardo, Cole Morgan? Tu non ci avresti nemmeno provato, al mio posto, a salvare la tua famiglia. Ti saresti fatto pisciare addosso rannicchiato in un angolo per la paura."

<NON E' VERO!> Sta urlando in questo momento e il braccio viene sollevato per scaraventare a terra tutte le cose della scrivania, che cadono a terra con un rumore secco e sonoro. Non si rompe niente, la lampada ancora attaccata alla presa. Questa furia cieca non è di Abe Mayfair, questa volta. E' la furia disperata di un ragazzo di nome Cole.

<Non è vero...> Gli occhi si rigano di lacrime quando cade a terra, piangendo silenziosamente e soffocando la sua voce in alcuni singhiozzi. Un'occhiata viene data a una corda sopra una mensola, prima di tornare a terra. <Ce la posso fare... Ce la posso fare...> Prova a ripetere in continuazione. Prima che la voce della ragazza gli torni in mente.

"«N-no... Ti prego... Ti.. Ti prego...» 

"Sì, Cole Morgan. Sei stato, sei e sempre sarai solo un Codardo."




lunedì 10 aprile 2017

Dies Irae.


Dies Irae, dies illa
solvet saeclum in favilla:
teste David cum Sybilla. 


Cole ha 16 anni. Lo specchio del salotto gli restituisce la propria immagine: quella di un ragazzo piccolo, un pò rachitico, con la solita espressione vuota e lo sguardo storto che rivolge al mondo esterno. Distoglie lo sguardo dallo specchio e inizia a camminare lentamente verso il corridoio, diretto verso la parte più interna di casa Morgan.


"Dentro. Vai dentro con la lurida progenie, mostro."

La voce di suo padre la sente forte e chiara e per un attimo si ferma, contemplando le possibilità. Avanza però quasi subito, affrettando il passo e andando verso la fine del corridoio.

LI gradini che portano alla porta della cantina le salta tre per volta, il respiro che si fa più affannoso quando arriva davanti alla figura del proprio padre.

Jacob Morgan ha una cintura in mano, che usa per colpire Martha con la cinghia, più volte, senza fermarsi. Dietro Martha ci sono dei bambini troppo piccoli per fare qualcosa ma che Cole riconosce come i suoi cuginetti, da parte di sua madre.

"Ti prego, chiudi me ma non loro..."

"Ti ho detto. Di andare. Dentro." 


LA voce di Jacob Morgan è perentoria, autoritaria. La voce di un generale abituato a farsi obbedire da chiunque, persino dalla propria moglie. E Martha è praticamente troppo fragile, troppo vecchia per fare qualcosa per fermarlo.

"Lasciali...lasciali stare."
La voce di Cole, per quanto il tono di voce sia incerto e poco sicuro di sè, sovrasta per un attimo quella del padre. Facendo qualche passo per mettersi tra sua madre e suo padre, le braccia alzate e un espressione determinata, per quanto possa essere determinata l'espressione di un bambino.


Ma dura solo per un secondo.

"Credi veramente che un ragazzino come te possa decidere qualcosa?"
Il colpo di cintura non se l'aspetta e lo colpisce dritto al viso. Le ginocchia si piegano e il busto si abbassa, l'espressione che si trasfigura in un espressione di dolore. Malgrado questo la testa si rialza, guardando suo padre.


"Non li...non li toccare."

"Abominio. Mostro. Tu, tua madre, la tua razza, quelli come te. Invertiti e mostri. La morte è l'unica cosa che vi libererà dal peccare contro Dio e gli Uomini, Cole." 


La faccia di Jacob Morgan cambia in un espressione disgustata che va da un angolo all'altro della sua testa. La cintura viene calato e Cole viene colpito ancora una volta. E ancora. E ancora. E ancora. La voce di Jacob diventa insolitamente calma e tranquilla, come se non lo stesse picchiando.

"Non ti preoccupare. Salverò te e tua madre da tutto questo. Vi salverò da voi stessi e davanti a Dio non avremo rimpianti, nè peccati. La vostra natura mi ha costretto a tutto questo. Ricordalo Cole. E' tutta colpa tua."


Un altro colpo. Ancora. E ancora. Cole geme ma non c'è nulla da fare. Non può aiutare sua madre. Non può aiutare se stesso.

Quantus tremor est futurus,
Quando judex est venturus,
Cuncta stricte discussurus.

"Aiutami a ucciderli tutti, Cole."



Cole si sveglia di soprassalto, urlando nel letto della sua stanza. Si rende conto solo in quel momento che il lenzuolo a terra e lui è tutto sudato, al sicuro nella sua stanza. L'incubo viene ricordato subito dal ragazzo, l'espressione disgustata del padre che si mischia a quella già vista quel giorno del ringraziamento, nella sala da pranzo. E la voce di Abe Mayfair che termina il sogno, ancora nelle sue orecchie. Trema il ragazzo, cercando di afferrare il lembo del lenzuolo a terra per portarselo tra le gambe. Si mette di lato, fianco poggiato sul materasso.

Guarda l'oscurità con sguardo confuso, non osando più chiudere gli occhi se non dopo parecchi minuti. Un sospiro viene soffocato, insieme a un piccolo sussurro.

"Dio...che cosa ho fatto?"


Dies Irae. Dies Illa.



venerdì 7 aprile 2017

Stanco.





"Stai perdendo così tanto tempo a logorarti nella tua mente, nei pensieri, nei ricordi e nelle paure che non riesci a vedere le occasioni che ti passano davanti... non riesci a vedere quanto tu possa essere felice per una volta perchè non sai riconoscere la felicità..."
"Come fai a dire che non è così, che non provi la stessa cosa, se non ti dai una possibilità?" 
"I diritti dei superumani sono riconosciuti a livello internazionale, non mi sembra un tema ormai più attuale. Ci sono molte organizzazioni, così come il Partito Democratico, che fanno di questi principi una crociata, ma personalmente è nient'altro che una speculazione per raccimolare i voti di alcune classi del paese." 
Alla Scuola rimprovero la codardia, prima di ogni altra cosa. Le rimprovero di non riuscire a vedere oltre le proprie mura: si sono accaparrati il privilegio di poter usare i propri poteri liberamente, mentre avrebbero dovuto lottare perché fosse riconosciuto come un diritto a tutti i superumani di questo paese. Avrebbero dovuto essere più lungimiranti di così, e adesso è troppo tardi.
 

Diario di Cole, pagina 144


Sono sempre più stanco.

Ogni volta che leggo il Doubter la stanchezza sembra aumentare e ogni volta che torno in camera e provo a rilassarmi tutto il resto mi piomba addosso come un macigno.
Forse ha ragione Connor. Forse non riesco semplicemente a riconoscere la felicità perchè sono troppo occupato a preoccuparmi. A pensare.
A pensare a Ellery, che non so come approcciare. A pensare a mia madre, che continua a riempirmi di messaggi di avvertimento. A pensare a mio padre, che non sento dal giorno del Ringraziamento. A pensare alle Elezioni e alla terribile idea che i Repubblicani vincano di nuovo. A pensare alla Scuola e come dovremmo comportarci.

Sono stanco.

Voglio solo un attimo di pace. Fuori dalla finestra piove e la cosa mi fa stare bene. Sentire il rumore della pioggia che colpisce il vetro mi ha sempre fatto stare bene, in fondo. Quando ero a casa, con i miei genitori, la amavo perchè mi piaceva stare al sicuro. Pensare di essere in un luogo scevro da pericoli, senza rischiare di bagnarmi.
Adesso è diverso. Mi piace perchè so che volendo potrei uscire da quella finestra e bagnarmi, senza avere paura di rischiare.

Perchè in questo sono cambiato e in molto altro no?


Sono stanco. E la situazione non migliorerà.
Dovrò essere io a farlo.


domenica 19 febbraio 2017

Let it go.

Cole aveva ancora i capelli umidi quando accese il caminetto della Sala Comune, indossando i soliti vestiti. Vestiti senza alcun gusto secondo Ellery ma a Cole poco importava: erano i suoi vestiti.

Non avrei dovuto dubitarne.
ti aspetto.

Mentre ripensava al messaggio non potè fare altro che stringere più a sè quella foto che teneva in mano. Ricordava perfettamente quando l'aveva scattata: era stato quando si era reso veramente conto che poteva essere qualcosa di diverso del classico Cole che obbediva senza fare domande ai genitori, del Cole che doveva sempre dimostrare di non essere "diverso", "come quegli sporchi mutanti". 

Quando c'era Blaise.

Era difficile non pensare al telecineta, per quanto avesse convinto tutti del contrario. E per motivi che non erano sempre riconducibili a quella parola: "amore".
Blaise era stato il primo ad aver creduto in lui. Il primo ad averlo spinto a fare qualcosa di diverso, a essere qualcuno di completamente diverso. Per quanto fosse arrivato dopo di lui a scuola, era sempre sembrato a Cole che fosse lui, lo studente più grande.

E per questo era dannatamente difficile lasciarlo andare.

Non fisicamente, nè sentimentalmente. Blaise era già andato via da tempo da quella scuola.
Ma più il tempo passava, più sembrava difficile per Cole pensare che sarebbe potuto essere migliore senza Blaise. Senza il telecineta che lo spronava, che gli dava coraggio, che lo convinceva di essere nel giusto.
Poi erano successe tante cose: Lydia, Connor, Ellery, la fiducia di Brendan e Maximillian. L'Apocalisse sventata. 
Perchè non bastavano a convincerlo? Perchè in alcuni momenti una parte di lui voleva ancora il consiglio del telecineta?

La mano con la foto si avvicinò al caminetto e Cole lasciò andare la foto verso le fiamme, guardando accartocciarsi il proprio volto e quello del Telecineta. Restò lì un pò di tempo, fino a quando la foto non divenne che cenere. E anche oltre, fino a quando non gli venne in mente il volto del Froster.

"E' tempo di lasciarti andare, Blaise."

Disse soltanto, allontanandosi verso la propria stanza.

I used to recognize myself
It's funny how reflections change
When we're becoming something else
I think it's time to walk away

So come on let it go
Just let it be
Why don't you be you
And I'll be me

Everything's that's broke
Leave it to the breeze
Let the ashes fall
Forget about me


giovedì 2 febbraio 2017

Death. / Words to Myself

Quaderno di Cole pag. 123


Le nostre vite sono appese a un filo.
Ogni filo è legato a una storia, a una persona, a un evento. Da quella storia, da quella persona, da quell'evento scaturiscono cento, mille fili.

Non ho mai avuto il controllo della mia vita prima di venire alla YGS. E non è colpa dei miei genitori: semplicemente non lo volevo. Mi andava bene essere manovrato, che loro decidessero per me, che fossi semplicemente il ragazzo che non avrebbe mai esaudito le loro aspettative. Non mi importava. Non li amavo. Non li odiavo neanche, ma non li amavo.
La scelta di venire alla YGS non è stata neanche mia.

E quella scelta, a quanto pare, è stata il filo dove era appesa la mia vita.

________________________________________________________________________________

Non riesco a perdonarli.
Sono stato davanti a "loro", ho detto che avrei sistemato tutto. Ho detto loro che tu, Cole, li avevi perdonati. Che sapevi che ti volevano bene.

Ma è una menzogna, non è vero?

Cole, io non so che persona tu fossi, nella tua dimensione. Non so se eravamo del tutto simili, non so se presentavamo delle differenze. Ma sei morto senza sapere quello che i tuoi genitori erano disposti a fare per te. Senza aver sentito da loro che gli dispiaceva, senza aver sentito loro dirti "Ti voglio bene, Cole".
Ti sarebbe importato?
Li avresti perdonati, se l'avessi saputo prima?
Se fossi al mio posto, adesso, li perdoneresti?


Perchè sappiamo entrambi che io non ci riuscirò.
Posso perdonare i tuoi genitori...ma non posso farlo con i miei.

Io sono uno studente della Young Gifted School. Sono fiero di quello che rappresenta. E sono fiero di farne parte.
Hai mai conosciuto tutto questo? Hai assaporato qualcosa di simile alla fierezza, prima di metterti in quei "brutti giri"? Quando qualcuno ti ha sbattuto a terra e ti ha portato via la vita, la tua vita era degna di essere vissuta?
....E la mia vita?

Una singola decisione ti ha tolto la vita.
Una singola decisione mi ha fatto capire cosa sia vivere.

Riposa in pace, Cole Morgan. 
Sarà un altro Cole a portare avanti quello che tu non hai potuto fare.
In un modo o nell'altro.







giovedì 26 gennaio 2017

Un bacio rubato.

<Non scusarti. Ma non voglio parlarne via messaggio.>


Cole chiude il cellulare con uno scatto, dopo aver perso qualche minuto a decidere se premere o no il pulsante di invio. Sospira leggermente, la mano che stringe ancora l'apparecchio elettronico. Si alza dal letto della propria stanza e va verso la finestra, guardando il tramonto che spunta da dietro le mura della Young Gifted School.

"....."

Abbassa lo sguardo, la mano sinistra che si alza e va a toccare le sue labbra, il tocco lieve e lento. Gli occhi guardano ancora verso le mura della scuola e verso quelle luci che si spengono piano, prima di andare verso il pavimento.

Quel tocco gelido.

I pensieri vanno ancora a quel momento in corridoio, ricordando ancora la sorpresa che ha provato. Scuote la testa, il rumore della doccia che disturba un attimo i suoi pensieri. Ripensa al compagno di stanza in bagno per un momento e va verso la scrivania, prendendo il suo quaderno rosso. Indossa il giaccone e si dirige verso la porta, il quaderno tenuto sotto braccio.

Poggia una mano sulla maniglia e sembra avere un dejavù, la bocca contratta in un'espressione di sorpresa. Il volto di Blaise viene proiettato nella mente del Telepate quasi instivamente e gli occhi si abbassano sulla maniglia, il corpo fermo un paio di minuti. Un sospiro sfugge alla bocca del ragazzo e il volto si alza, guardando un punto imprecisato del soffitto.

"Vorrei soltanto...che fosse semplice."

I pensieri alla pista di pattinaggio, a quella sera per il fiume, al pic-nic... lascia che fluiscano liberi, senza fermarli. Non reagisce in alcun modo a quei ricordi, come se fosse un semplice spettatore.

"Vorrei soltanto...che fosse più semplice."

Ripete di nuovo, sussurrando. Si muove subito dopo, aprendo la porta e richiudendola alle sue spalle. 

Il futuro attende Cole, che lui lo voglia oppure no.

“I’m always searching for something, for someone. This feeling has possessed me I think, from that day… That day when the stars came falling.”




giovedì 19 gennaio 2017

Sosia.

Quaderno di Cole,
Pag. 103



Dire che l'annuncio ha suscitato scalpore è dire poco.

Ho sentito tre discussioni mentre andavo a comprare qualcosa. Una contro il governo, una contro i mutanti e una contro la YGS in particolare. Non ho potuto fare a meno di ascoltare l'ultima.
Si sentono tutti traditi e in pericolo. Ho sentito un ragazzo dire che non ci si può fidare di nessuno perchè tutti potrebbero essere in realtà gente di "quell'altro mondo che ci vuole morti". Chi può sapere chi del governo "è stato sostituito" e chi no?

E' difficile non pensarci, a quell'altro mondo.

Forse dovrei chiedermi che fa il Cole di quel mondo. E' con il Brendan degli Argonauti? E' semplicemente diventato un vigilante o quel che è peggio un militare, come mio padre voleva? La telepatia è facile da nascondere, come potere. Il pensiero di una dimensione parallela è estremamente affascinante. Un mondo in cui delle scelte sono andate diversamente e quelle scelte hanno poi condizionato profondamente quel mondo e le persone che ne fanno parte. Come l'effetto farfalla. Se io decidessi di andare a destra o a sinistra, prendere la metro o il bus, cambierei il corso del destino in modi che non posso neanche lontanamente comprendere.

La verità è un'altra però e mi vergogno ad ammetterla.

Non mi importa di sapere cosa è accaduto al Cole di quell'universo. Chi lui sia. Sono estremamente consapevole che le sue scelte, come la sua vita, non avranno avuto nessuna influenza su quello che sta accadendo alle nostre due dimensioni nè su quello che sta accadendo alla Philadelphia alternativa. Esattamente come è stato per me e per le mie scelte. O le mie non-scelte, se dobbiamo essere giusti. Perchè pensarci? Non è importante cosa stia facendo quel Cole.

E' più importante sapere dove stia andando il nostro mondo, invece. Un mondo dove un comunicato può far mettere in dubbio valori e mandare una città nel caos. Era quello l'obiettivo? Ci sono riusciti.
Forse si proclamano detentori della Verità ma non capiscono che la Verità non è sempre l'unica cosa che conta. A volte bisogna veramente pensare a dare soluzioni, prima di costruire solo problemi.

Vorrei cambiare questo mondo. Vorrei proteggerlo in modo che tutti noi riuscissimo a non distruggerci l'un l'altro ma mettere dei ponti tra i nostri punti di vista. Non ho mai sentito così tanto questo desiderio come oggi.

Ma prima di cambiarlo, immagino che dovremo proteggerlo da noi stessi.

Sperando di non morire ustionati per via del Max alternativo. Devo ancora capire bene le intenzioni di un paio di persone, prima di morire.


sabato 31 dicembre 2016

Happy New Year.

"Non credevo che saresti venuto qui, anche dopo quello che è successo con i tuoi genitori." 

 "...." 

"Non puoi mettere il muso a me, ragazzo, non c'entro mica niente io"

"...non sto mettendo il muso. Dove lo metto questo?"  

 "Sopra quel tavolo. Com'è stare dal lato dei reietti, questa volta?" 

 "Non è la stessa cosa, zio Ben."  

 "Non è la stessa cosa? E' la stessa fottuta cosa Cole. Tu sei uno sporco mutante e io un buono a nulla, mi pare che sia la stessa fottuta cosa." 

 "...tu hai derubato papà, zio Ben." 

 "Dimenticavo che sei stato un viziato figlio di papà per troppo tempo. Non ho derubato nessuno! Avrei rimesso i soldi a posto dopo qualche giorno. O mese. A tuo padre i soldi non servono, non gli sono mai serviti. Si nutre solamente del suo ego smisurato e del suo orgoglio." 

 "..." 

 "E' troppo presto per parlare di merda del tuo paparino?" 

 "...Questo scatolone è troppo pesante." 

 "Abituati alla vita vera e spostalo, ragazzo. Altrimenti non guadagni nulla. Imparalo il prima possibile, invece di fare la fighetta. Siamo entrambi tagliati fuori dalla cassa di famiglia e sono io quello che ti paga, oggi. Pensavo di avertelo messo in chiaro al telefono, quando mi hai chiesto un lavoretto." 

 "...capito."
 ------

 "Ehi, zio Ben?" 

 "Che vuoi?" 
 "Cosa fai a Capodanno?"  
 "...No, ragazzo. Non giocheremo alla famiglia felice, a capodanno. Ho i miei cazzi." 
 "...capito." 
 "Ehi, non volevo suonare brusco. Ma trovati qualcun altro per queste cose, io non sono bravo. Aspetta eri venuto qui per questo, ragazzo? Non per i soldi?" 
"Ero venuto per i soldi, zio Ben. Non preoccuparti."

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Il vento freddo di Devil's Pocket scompiglia i capelli di Cole prima che il ragazzo si metta in testa il cappellino di lana, fuori dalla porta del magazzino dello zio. Il portafogli è un pò più pieno, per quanto abbia dovuto contrattare per il prezzo. Sospira piano, scuotendo la testa e rimanendo lì, senza camminare. Prende il cellulare dalla tasca e va verso i messaggi ricevuti, aprendo un messaggio ricevuto qualche ora fa.

"Non andare al quartiere superumano. Ho ascoltato quella orribile radio. Quei mostri non sono come te, non hai alcun motivo di difenderli. Resta a casa."

Rimette con un gesto semplice il telefonino in tasca, facendo qualche passo in avanti e scuotendo la testa. Si ferma di nuovo, guardando il quartiere ormai illuminato dalla luce della mattina.

"Beh, buon anno a te, Cole."

Mormora il ragazzo, prima di rimettersi a camminare verso la Scuola. L'unico posto che può e vuole chiamare casa, ormai.

sabato 10 dicembre 2016

Be it.

"C'era un altro motivo per cui mi hai baciato, quel giorno?"

"Certo che c'era. Pensavo fosse ovvio, Blaise"

"Louis mi ha baciato. (...) Non sono bravo a capire queste cose, i sentimenti per una persona intendo, nel senso... quel genere di sentimenti. (...) Li vivo inconsapevolmente e poi succede qualcosa, un bacio...due baci. E puff, è come una bolla che scoppia. Solo che dentro questa bolla c'è un temporale."

"....."

"Scusa, sto straparlando. Quello che voglio dire è che io...voglio che mi baci solo tu."



"...Anche io voglio che baci solo me. E anche questo era ovvio, Blaise." 




Someday we will foresee obstacles
Through the blizzard, through the blizzard.


Nome-immagine

giovedì 8 dicembre 2016

Dawn.


*Quaderno di Cole, pagina 34*


All'inizio pensavo che avrei provato indifferenza. Non era difficile da provare, come sentimento. E' praticamente l'unica cosa che Lui mi ha insegnato a provare, in questi ventitrè anni. 
Quando ho posato la mia mano su quella maniglia, ero veramente convinto che avrei provato solo indifferenza.
Con il senno di poi, stavo solo illudendo me stesso. Non era mai stata indifferenza, non verso di loro. 

Era accondiscendenza. Era evitamento. Era paura.  Solo per questo ho fatto tutto quello che volevano, in questi anni.


Ma, allo stesso modo, quello che ho provato quel giorno in quella stanza non ha niente a che vedere con loro. Lo è, ma allo stesso modo non lo è. E' difficile da spiegare e ancora più difficile metterlo per iscritto. Ma devo farlo o lo dimenticherò. Devo scriverlo o commetterò lo stesso errore che ho fatto anni fa.

Hanno evitato ogni cenno alla Scuola. Il tacchino era già pronto e Matilda, la domestica, non era in cucina. Con il senno di poi, anche loro se l'aspettavano. Devono averla allontanata perchè sapevano che sarebbe successo. O mi sto solo illudendo e il motivo era soltanto non far vedere lo sporco figlio Mutante, di ritorno a casa. Anche qui, forse non importa.


Mia madre ha dovuto fingere la sorpresa. Dall'esterno non si è visto e mio padre non l'ha sicuramente capito. Ma io e lei sappiamo, che ha dovuto fingere. E' stata lei a spiegarmi che era una fase adolescenziale, che sarebbe passata crescendo. E per lei è stato veramente così. Per me no.


Mio padre... fu quando il piatto cadde a terra che quella finzione di indifferenza andò via, per me e per lui. Per lui, diventò rabbia e delusione. Per me, diventò semplicemente appagamento. Non per mio padre: è stato molto peggio quando ha scoperto il gene mutante in me. Ma quella volta non ero solo, in quel biasimo. Era colpa sua. Era anche colpa sua. Come mi aveva cresciuto aveva influito, sicuramente, in qualche modo. Il gene mutante era nel mio corpo e non potevo ignorarlo. Questo invece, era possibile ignorarlo. Ma avevo scelto di non farlo. Era questa la sua più grande delusione.

Appagamento. Non l'avevo mai provato di fronte a loro.
Non era solo questo, ovviamente. La paura, la rabbia, la tristezza, il dolore erano tutti mischiati in un'unica sensazione ovattata.  Ma non avevo mai provato appagamento davanti alla rabbia di mio padre.


Perchè ero felice e triste allo stesso tempo? Perchè ad ogni parola che si avvicinava di più allo spezzare il legame tra me e loro la tristezza e la felicità lottavano per prendere il posto nel mio cuore?

Non aveva niente a che fare con loro e allo stesso tempo lo aveva. 


Con chi ero arrabbiato? Con loro o con il me bambino che ancora mi frenava?
Da chi ero deluso? Da loro o dal me adolescente che voleva ancora scappare?

Quel centimetro di me, così piccolo ma così fondamentale, era finalmente scoperto.
Loro avevano deciso di non averci niente a che fare. 

Ma io? Cosa avevo deciso di fare? Cosa avevo deciso di provare? Quanto le mie emozioni dipendevano da loro e quanto invece da me stesso?

Devo ricordarmelo. Devo ricordarmi che non è per loro che ho finalmente parlato. 
Altrimenti cadrò di nuovo nell'indifferenza. E questa volta, con lui vicino, non posso più permetterlo. 

Non voglio più permetterlo.

Mio padre urlava, ma non mi guardava. Mi disse di andarmene e di non tornare mai più. E l'indifferenza che pensavo avrei provato non esisteva più, quando ho toccato per l'ultima volta la maniglia della porta. C'era il miscuglio di emozioni, c'era l'appagamento e c'era il suo volto.


"E' l'ultima volta che varchi questa porta, Cole. Ricorda, è la tua ultima possibilità di renderti conto del male che stai facendo."

"No, papà. E' la tua ultima possibilità, non la mia."

E poi, il silenzio.